
Trattoria Pennestri
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Il racconto della nostra visita
L'Ostiense cambia pelle con quella flemma tutta romana che trasforma i quartieri operai in salotti, i capannoni in gallerie d'arte, le officine in bistrot. È il destino delle periferie che invecchiano bene, come certe attrici che hanno smesso di tingersi i capelli e ci hanno guadagnato in charme.
La Trattoria Pennestri è piccola come una cabina armadio milanese, ma ha un dehors chiuso dove ci si sente protetti dal mondo, come dentro una Serra (nessuna parentela con lo scrivente). Ti portano il pane caldo in un sacchetto – gesto di cortesia che sta al servizio di sala come l'inchino sta alla buona educazione – accompagnato da pomodori secchi che sanno di quella Puglia che ha colonizzato Roma più efficacemente di quanto Roma abbia mai colonizzato la Puglia.
L'indivia al forno con crema di fave sembrava, giuro, un carciofo alla giudia. Foglie croccanti, uvette, pinoli: la cucina ebraica che ammicca a quella contadina, il ghetto che dialoga con la campagna. Ricercato senza essere sussiegoso, quella cosa rara che accade quando lo chef pensa col palato e non con Instagram. Le patate schiacciate di mio cugino commensale erano, ahimè, patate lesse schiacciate. Il che è un po' come dire che Leopardi era un poeta che scriveva poesie: vero, ma non esaurisce la questione.
Veniamo al dunque: amatriciana e carbonara. Il guanciale perfetto – croccante, morbido, con pezzature diverse come i caratteri umani in un romanzo di Tolstoj. L'amatriciana era una dichiarazione d'amore: pecorino abbondante, pepe generoso, rigatoni al dente. La carbonara appena meno setosa del dovuto, ma qui spacchiamo capelli con l'acribia di un monaco amanuense.
Il tiramisù tradiva eccesso di savoiardo, deserto del Gobi in bocca. La mousse di cioccolato con pane carasau invece intrigante, anche se il sale insisteva come un venditore porta a porta.
Cinquantacinque euro in due. Il servizio gentile ma distratto, noi che andiamo in cassa come clienti di Ikea. Ma per come si mangia, l'Ostiense che rinasce merita questa indulgenza.
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