
Taverna Cestia
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Il racconto della nostra visita
Mi siedo da Taverna Cestia con quella sensazione di reverenza archeologica che solo Roma sa infliggere: la Piramide ti sovrasta, Caio Cestio ti guarda dall'aldilà, e tu ti prepari a mangiare un supplì. C'è qualcosa di commovente in questo cortocircuito temporale tra eternità e friggitoria, tra megalomane sepolcrale e dehors turistico. Il locale gioca bene questa carta, con le sue due salette che fingono d'essere taverna vera, e in fondo ci riescono.
Il carciofo alla giudia arriva ed è – come dire – un'apparizione. Grosso, croccante, dorato come dev'essere secondo i canoni tramandati dalle nonne del Ghetto: un monumento commestibile alla romanità, quello sì degno della piramide lì fuori. Poi arrivano supplì e fiore di zucca, e capisci che la frittura ha perso per strada un po' di convinzione, come un attore che conosce la parte ma la recita svogliatamente. Il riso del supplì mantiene un'ostinazione al dente che ricorda certi caratteri romani: testardo oltre il ragionevole. Ma la mozzarella fila, il ragù c'è, tutto sommato l'Italia regge.
I primi sono il punto dove la finzione si incrina. La carbonara arriva con un guanciale che somiglia più a un esperimento di ingegneria – tagliato a fiammifero, duro come un teorema – che a quella pancetta sublime che dovrebbe sciogliersi in bocca raccontandoti storie di maiali felici. La crema liquida, il pecorino timido, il pepe scomparso: è la carbonara dell'Italia che ha fretta, che non ha più tempo per i dettagli. L'amatriciana ripete l'errore, con quel pezzo di pelato intero che galleggia come un naufrago dimenticato nel sugo.
Il tiramisù, benedetto sia, salva la serata con l'eleganza di chi sa ancora fare le cose per bene: crema al momento, equilibri perfetti, niente fronzoli.
Venticinque euro in quella zona sono quasi un atto di clemenza. Il problema è che Taverna Cestia promette più di quanto mantenga, come capita spesso nell'Italia dei nomi altisonanti. Caio Cestio, dalla sua piramide, probabilmente approverebbe: anche lui aveva costruito troppo grande per quello che conteneva.
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