
Santo Palato
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Il racconto della nostra visita
Mi ero recato al Santo Palato con quella diffidenza preventiva che riservo a tutto ciò che «compare in tutte le classifiche». L'esperienza mi ha insegnato che il consenso unanime è spesso il primo sintomo della banalità, come certi romanzi che vendono milioni di copie e lasciano il vuoto cosmico che meritano. Invece no: stavolta la folla aveva ragione, segno che viviamo tempi confusi dove persino le certezze del dissenso intellettuale vacillano.
La polpetta di coda alla vaccinara con cacao è un oggetto narrativo. Tutti ne scrivono, tutti la citano, eppure funziona davvero: il cacao dialoga con la coda in un consesso improbabile che ricorda certi matrimoni riusciti contro ogni previsione. Sapori che sulla carta dovrebbero litigare e invece si parlano come vecchi amici al bar, quella confidenza che nasce dall'intelligenza più che dall'abitudine.
Perfino una bruschetta – termine che evoca distributori autostradali e aperitivi tristi – si rivela un piccolo trattato di filosofia applicata: pomodorini stufati aromatizzati, primo sale, semplicità che è l'opposto della faciloneria. È la Roma che mi piace, quella che non ha bisogno di urlare per farsi sentire.
La carbonara, mezza manica come vuole la tradizione non scritta ma ferrea, cremosa e generosa di guanciale. Anche se, confesso la mia irrisolta nevrosi da commensale, avrei gradito quel guanciale più croccante, quel contrasto sonoro che è musica per il palato. È la migliore di Roma? Domanda che appartiene al genere delle dispute teologiche, affascinanti e insolubili. L'amatriciana invece naviga in acque più tranquille, forse troppo: brava ragazza senza sussulti, onesta ma prevedibile.
Il maritozzo caldo – con quel colore grigino che tradisce un'intimità forse eccessiva col forno – ha comunque fatto la felicità coniugale al tavolo, che è già un risultato in tempi di affetti volatili.
Ventinove euro. Per una trattoria che pensa, non sono pochi ma sono giusti. Dietro ogni piatto si percepisce lo studio, quella fatica gentile di chi cerca la romanità senza scimmiottarla, senza trasformarla in folklore per turisti distratti.
Ci tornerò, naturalmente.
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