
Roscioli Salumeria con Cucina
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Il racconto della nostra visita
Prenotare con un mese di anticipo per mangiare una carbonara è un gesto che contiene in sé tutto il paradosso dell'Italia contemporanea: quella tensione irrisolta tra la sacralità del rito e l'assurdità della burocrazia. Eppure da Roscioli, salumeria-ristorante che sta a Roma come certi salotti letterari stavano alla Parigi del Novecento, questa attesa assume i contorni di un pellegrinaggio laico e necessario.
Il guanciale – ah, il guanciale – si presenta in dadoni che sembrano piccoli lingotti di sapienza culinaria: croccanti in superficie come la vernice di un Caravaggio, morbidi dentro come il cuore nascosto di noi italiani. È qui che carbonara e amatriciana trovano la loro ragion d'essere, in questa capacità di trasformare il maiale in poesia. La pasta, cotta con quella precisione che appartiene agli orologiai svizzeri ma con l'anima della Suburra, completa un quadro che oserei definire commovente.
Certo, si potrebbe obiettare sulla quantità di pepe (sempre troppo scarso per chi, come me, cerca nel piccante una forma di redenzione), o sulla setosità della crema che potrebbe spingersi un millimetro oltre la perfezione. Ma sono le stesse obiezioni che si muoverebbero a Dio sul progetto della Creazione: tecnicamente corrette, esistenzialmente irrilevanti.
La mortadella con stracciata, zucchine e bottarga è un incontro che sulla carta non dovrebbe funzionare – come certi matrimoni combinati che poi durano sessant'anni. Il tiramisù, bilanciato tra amaro e dolce come un romanzo di Moravia, merita da solo il viaggio. La cheesecake all'amaretto, invece, è quella parente simpatica ma dimenticabile che compare ai pranzi di famiglia.
Il locale è minuscolo, una sequenza di stanzette e corridoi dove i tavoli sembrano incastrati da un geometra con il senso dell'umorismo. L'umanità che lo affolla è gloriosamente globale: turisti di ogni latitudine che hanno capito, prima di tanti romani pigri, dove si nasconde la verità.
Quarantacinque euro sono un prezzo onesto per toccare, anche solo per un'ora, la perfezione. Tornarci? Certamente. Appena si riesce a prenotare. Diciamo verso il 2026.
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