
Osteria Fratelli Mori
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Il racconto della nostra visita
Mi sono ritrovato all'Osteria Fratelli Mori con quella disposizione d'animo tipicamente romana che sta a metà tra la fiducia incondizionata nella tradizione e il sospetto che ormai tutto stia andando a rotoli. Il locale, ampio e articolato in più sale, esibisce quella rusticità industrial-chic che è ormai l'esperanto dell'arredamento ristorantivo contemporaneo: travi a vista e mattoni, come se fossimo tutti reduci da una conversione urbanistica di Testaccio.
La clientela sembrava confermarlo: più ristorante che osteria, più aperitivo che osteria, più Instagram che memoria. Ma lasciamo stare la sociologia spicciola e veniamo al dunque.
La carbonara – oggetto sacro della romanità, totem gastronomico intorno al quale si decidono divorzi e si suggellano amicizie – è stata una delusione che definirei ontologica. Il guanciale mollaccio (contraddizione in termini: sarebbe come dire Totò flemmatico) tradiva una cottura incerta, senza quella croccantezza che è promessa di felicità. Il pecorino, teoricamente protagonista, brillava per assenza come un Godot beckettiano. La cremina liquida, priva di carattere, scorreva tristemente sui rigatoni – unico formato disponibile, evidentemente la democrazia delle paste non è ancora arrivata qui – mentre il pepe giocava a nascondino con le papille gustative. Mia moglie, dotata di quella generosità che dovrebbe valere una medaglia al valore civile, ha concesso un sette. Io, più giacobino, un sei e mezzo stiracchiato come un supplì senza gloria.
Gli antipasti, per fortuna, offrono una via di fuga dalla catastrofe: polpettine di coda all'amatriciana convincenti, fiori di zucca ripieni di taleggio che però, dopo il secondo, iniziano a pesare come un agosto romano senza aria condizionata. L'assenza dell'acciuga si fa sentire: sono quei piccoli dettagli che separano la competenza dall'approssimazione.
Il tiramisù finale – sette euro per un dolce troppo dolce, senza l'amaro del caffè né del cacao – è stato come un commiato senza pathos.
Ventisette euro a testa non sono una rapina, ma nemmeno un affare. A Roma, per una carbonara come si deve, ci sono luoghi dove la tradizione non è ancora diventata scenografia.
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