
Osteria Bonelli
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Il racconto della nostra visita
Mi ci sono imbattuto quasi per fatalità, in quell'ora sospesa del pranzo romano in cui la città rallenta e chi entra in una trattoria compie un gesto antico, quasi liturgico. L'Osteria Bonelli si presenta con quella discrezione che è cifra identitaria di una certa Roma che resiste: nessuna insegna luccicante, nessuna promessa instagrammabile. Solo l'onestà un po' burbera di chi non deve sedurre turisti.
La gricia, però, mi ha lasciato perplesso come un elettore davanti al seggio. Buona, sì, ma con un equivoco di fondo: il pecorino domina la scena come un capofamiglia anni Cinquanta, creando una cremosità che somiglia più a una cacio e guanciale che a quella sobria architettura di sapori che la gricia dovrebbe essere. Il guanciale, poi, magro e indeciso tra croccante e morbido, sembrava attraversare una crisi esistenziale. So che molti la adorano, questa gricia: questione di scuole di pensiero, come per Pasolini e Moravia. Io appartengo all'altra parrocchia.
Il supplì, invece, mi ha riconciliato con il locale. Quella panatura croccante che scricchiola sotto i denti, il ragù generoso e una punta di pepe inattesa: una piccola rivoluzione in un oggetto gastronomico che troppo spesso viene banalizzato. Leggermente asciutto, forse, ma in tempi di eccessi liquidi apprezzo anche l'understatement.
Il tiramisù chiude con quella contraddizione tipicamente italiana: buono ma indisciplinato, con note amare e dolci che si rincorrono senza mai trovare un accordo definitivo. Un cucchiaio è una cosa, il successivo un'altra. Come la nostra politica, verrebbe da dire.
Il servizio mantiene quella cordialità scazzata che è patrimonio UNESCO della romanità, e diciassette euro a testa sembrano un prezzo giusto per questo viaggio nel tempo.
Esco con la sensazione fastidiosa di aver sbagliato le scelte, come chi al cinema entra nella sala sbagliata e si accorge solo dopo. Tornerò, certo, ma con strategia diversa. Perché a Roma, come nella vita, tutto dipende da cosa ordini.
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