
Nannarella
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Il racconto della nostra visita
Arrivare da Nannarella senza prenotazione è come attraversare via Condotti senza incrociare un gruppo di giapponesi: improbabile ma non impossibile. Ci siamo riusciti solo perché eravamo in anticipo su quella liturgia del pranzo turistico che scandisce le giornate trasteverine come un metronomo impazzito. All'uscita, infatti, la fila già serpeggiava sul sampietrino – quello vero, non il porfido padano – confermando che a Roma il folklore è l'ultima industria rimasta.
Il cestino di supplì mignon prometteva una sorta di degustazione enciclopedica della romanità fritta: amatriciana, cacio e pepe, ragù, come se Belli avesse scritto sonetti in miniatura. L'idea, va detto, è graziosa. L'esecuzione meno: solo la crocchetta di patate – umile Cenerentola del lotto – meritava davvero l'onore della frittura. Gli altri erano lì, presenti ma non incisivi, come certi parlamentari di lungo corso.
La carbonara di mio marito incarnava quel dramma sottile dei piatti celebri: buona, sì, ma con un guanciale che aveva rinunciato alla croccantezza per abbracciare una mollezza zen, e una crema troppo sbilanciata sul pecorino. Il pepe, quello che secondo Brillat-Savarin è "il sale dell'anima", sembrava essersi volatilizzato per protesta. I miei tonnarelli con cozze, pecorino e pachino rappresentavano invece un esperimento di armonia che non ha trovato il suo direttore d'orchestra: tre ingredienti che dialogavano come coinquilini educati ma disinteressati l'uno all'altro. Generose le porzioni, questo va riconosciuto, servite in pentolini d'acciaio che evocano una romanità da set cinematografico.
Il tiramisù espresso, preparato al momento con i biscotti Gentilini – scelta che ha del proustiano –, era onesto. Peccato per quella geografia verticale del bicchiere che relega l'amaro del caffè in fondo, come un segreto rivelato troppo tardi.
Ventuno euro per questa esperienza di romanità certificata sono un prezzo equo, specie se si è turisti in cerca di autenticità scenografica. Per noi romani, diciamo che Nannarella resta un'opzione da valutare guardando prima la lunghezza della fila: la pazienza, a differenza del supplì, non è infinitamente elastica.
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