
L'Arcangelo
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Il racconto della nostra visita
Esistono, nella topografia sentimentale della Capitale, alcuni luoghi che vivono di rendita come certi attori invecchiati male: bastano le foto in bianco e nero appese al muro a giustificare il presente. L'Arcangelo doveva essere, nelle mie aspettative coltivate per anni tra classifiche e tessere di lodi, uno di quei templi dove la carbonara assume dignità platonica, idea pura del condimento. Invece ho incontrato il fantasma di se stesso.
Il "Supplizio" – nome che si rivelerà profetico – costa tredici euro e consiste in un supplì secco mascherato dal finocchietto e una crocchetta. Trattasi di quella forma di ironia involontaria tipicamente italiana: chiamare sofisticata una porzione che farebbe arrossire un aperitivo milanese. Il fritto era onesto, certo, ma qui siamo nel territorio della psicanalisi più che della gastronomia.
Poi arrivano i primi, quelli che dovrebbero redimere tutto. E invece no. Le porzioni sembrano uscite da un racconto di Kafka: esistono, ma appena. Quattro forchettate in un piatto normale, come quegli appartamenti che nei siti immobiliari definiscono "accoglienti" quando sono piccoli. La pasta è cotta bene – questo va detto – il sugo rispetta la grammatica di base. Ma il guanciale. Signori, il guanciale: strisce lunghe come la Salaria, spesse come la diffidenza romana, praticamente crude. Non la croccantezza che è architettura, non il grasso sciolto che è filosofia. Solo bacon maltrattato, triste come un tramonto a Corviale.
Il pepe, poi, semplicemente assente. Come se qualcuno avesse letto la ricetta della carbonara ma si fosse fermato prima del finale, come quei romanzi incompiuti per morte dell'autore.
Trentatré euro a testa per questa malinconia culinaria. Alle nove e mezza il locale era mezzo vuoto, e in quella geografia dei tavoli deserti c'era tutta la verità necessaria: Roma perdona molte cose, ma non chi smette di amare quello che fa. I brownies spacciati per tenerina – nove euro – erano l'epitaffio perfetto di una serata che insegna: la reputazione è come la mozzarella del supplì, si può stirare solo fino a un certo punto.
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