Il maritozzo Rosso
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Il racconto della nostra visita
C'è qualcosa di profondamente italiano, quasi commovente, nel dichiarare di aver vinto il premio per la miglior carbonara di Roma e poi servirla in un piatto di carta con posate di plastica. È la stessa contraddizione che attraversa il Paese: genio e sregolatezza, eccellenza e approssimazione, tutto insieme, come in un abbraccio pasticciato ma sincero.
Al Maritozzo Rosso, a Trastevere – quartiere che ormai è più un'idea turistica che un luogo romano – due ragazze cucinano davanti agli occhi dei clienti con quella simpatia che sembra venire dalla consapevolezza di star gestendo una piccola utopia culinaria tra i sampietrini. È uno street food che ambisce alla nobiltà della trattoria, o forse una trattoria che ha capito i tempi e si è travestita da street food.
La pizza fritta cacio e pepe assolve il suo compito con dignità operaia: fritta bene, onesta, senza aspirazioni metafisiche. Ma la carbonara è questione più complessa. Il guanciale è tagliato a fettine spesse, croccante come si deve, di quella qualità che fa pensare ai suini felici dell'entroterra laziale. Peccato stia già pronto in una ciotola, come un attore shakespeariano costretto a recitare in una soap opera. La crema – realizzata con la carbocrema, modernità che qualcuno chiamerà sacrilegio e altri pragmatismo – tende all'asciutto, quasi a voler trattenere l'umidità della propria ambizione. Il tonnarello artigianale regge bene la scena.
Ma poi arriva il colpo di teatro: quel piatto di carta che si piega sotto il peso della tradizione, quella forchetta di plastica che cede come le promesse elettorali. Mangiare una carbonara "da premio" con utensili usa e getta è come ascoltare Beethoven in cuffietta sull'autobus: l'esperienza si svaluta nella contraddizione del mezzo.
Venti euro per Trastevere sono quasi un gesto di bontà. Ma se davvero vuoi essere il migliore di Roma, caro Maritozzo Rosso, investine due in forchette vere. La grandezza, come insegna la Storia, sta nei dettagli.
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