
Hosteria Grappolo D'Oro
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Altri piatti
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Il racconto della nostra visita
Nel cuore archeologico della Roma che si vende bene – quella di Campo dei Fiori e piazza Navona, dove ogni sampietrino costa come un monolocale a Rebibbia – l'Hosteria Grappolo D'Oro gode di quella che gli agenti immobiliari chiamerebbero "posizione strategica" e i cinici "trappola per turisti". Eppure il posto compare nelle guide, quelle serie, e vanta primati sulla carbonara che farebbero tremare anche lo spirito di Testaccio.
Il locale ha quelle travi a vista che sono il guardaroba obbligatorio dell'osteria romana doc, mentre fuori una copertura di plastica tradisce quella sindrome contemporanea per cui anche la bellezza ha bisogno di una protesi trasparente, come se il cielo di Roma non bastasse mai.
L'antipasto misto ci introduce alla filosofia del luogo: una polpetta di bollito con salsa verde che fa il suo dovere di cittadina onesta della Repubblica Gastronomica, circondata però da comprimari descritti a menù con enfasi letteraria e realizzati con prosaica indifferenza. È il destino di molti menù italiani: promettere Pavese e servire Harmony.
Ma veniamo alla carbonara, oggetto mitologico quanto il Colosseo e altrettanto fotografato. Quella che dovrebbe essere tra le migliori della Capitale arriva al tavolo con un problema esistenziale: ha dimenticato di essere se stessa. Troppo asciutta là dove dovrebbe scorrere come seta casearia, timida di pecorino fino all'afonia – forse per non turbare palati abituati al parmigiano reggiano –, con un guanciale di buona famiglia ma educato alla mollezza, privo di quella croccantezza che è l'unica forma di ribellione ammessa in un piatto così codificato. Il pepe, macinato con generosità eccessiva, gratta la lingua come un rimprovero.
L'amatriciana migliora la situazione senza salvarla: guanciale ancora flemmatico, pomodoro acido come un editoriale d'opposizione, pecorino sempre in clandestinità.
Il tiramisù, curiosamente, ritrova la dignità perduta: ben calibrato, onesto, consolatorio.
Ventotto euro per un'esperienza che galleggia nella mediocrità con le guide sotto il braccio e la fama come salvagente. Resta la malinconia di chi sa che Roma, quella vera, cucina meglio nei vicoli senza insegne.
Foto del locale
Foto dei piatti
Foto menu
Le nostre Classifiche
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