
Osteria da Fortunata
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Il racconto della nostra visita
Passavo davanti all'Osteria da Fortunata con quella diffidenza istintiva che si riserva ai luoghi troppo fotografati, troppo menzionati nelle classifiche online che hanno sostituito il passaparola delle nonne. Poi, come un Ulisse qualunque cedendo al canto delle sirene digitali, sono entrato. E ho capito che le nonne avevano ragione loro.
Il tavolo assegnato possedeva quella dimensione intima che un tempo si chiamava "promiscuità forzata": gomito a gomito con sconosciuti, in un balletto continuo di camerieri che ti sfiorano con quella fretta educata ma inequivocabile di chi ha già mentalmente liberato il coperto per il turno successivo. È l'Italia del turnover applicata alla carbonara, il taylorismo della tradizione.
I fritti – ordine che avrebbe dovuto precedere i primi per questioni non solo gastronomiche ma ontologiche – sono arrivati quando già affondavamo la forchetta nella pasta. Il supplì, quella icona della romanità che dovrebbe custodire nel suo cuore una mozzarella filante come una promessa d'amore, era freddo. Non tiepido: freddo nel senso metafisico del termine, come certi rapporti che iniziano male e finiscono peggio. Il fiore di zucca, invece, si salvava, piccola consolazione in un naufragio annunciato.
Ma è sulla cacio e pepe che si misura la civiltà di un'osteria romana, ed è lì che Fortunata ha smarrito la fortuna del nome. Zero mantecatura, sale in eccesso, una cremosità inesistente: pecorino sparso con la grazia di chi semina grandine. L'amatriciana navigava in uno strato d'unto che chiamare grasso sarebbe stato un atto di generosità interpretativa. Porzioni abbondanti, certo, ma come diceva Cyrano: non è la quantità che conta.
Ventotto euro a testa per questa esperienza. Il conto più salato della serata, insieme al primo piatto.
Dovevo fidarmi dell'istinto, quello strumento pre-social che ancora funziona meglio di mille recensioni a cinque stelle. Roma merita di più. E anche voi.
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