
Felice a Testaccio
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Il racconto della nostra visita
Quindici euro di caparra per prenotare da Felice a Testaccio. Cifra che a prima vista potrebbe sembrare un'ostentazione, una forma di prepotenza commerciale, e invece è semplicemente la resa dei conti con la realtà: questo luogo esiste, è desiderato, dunque si difende dall'assalto con il più antico degli strumenti, il pegno. Come nei romanzi di Balzac, anche la trattoria romana contemporanea ha dovuto fare i conti con il capitale.
Il locale mantiene quella patina di storicità che Roma sa conservare anche quando è assediata dai turisti – e qui lo è, inevitabilmente. Ma resiste, nell'architettura degli spazi e nella sostanza dei piatti, qualcosa di autentico che non è folklore ma cucina vera.
Gli involtini di melanzane alla parmigiana meriterebbero un trattato a parte. Sono uno di quei piatti in cui la tradizione meridionale si esprime con una sintesi perfetta: la melanzana che fa da guscio, il ripieno che è memoria di domeniche familiari, tutto tenuto insieme da una logica gastronomica che è anche poetica. Ottimi, sì, ma la parola è insufficiente.
L'amatriciana sui bucatini – ah, i bucatini veri, quelli col buco che si è fatto strada attraverso decenni di pasta industriale – funziona come deve funzionare: il guanciale emulsionato col pomodoro raggiunge quella consistenza che è scienza e grazia insieme. Il guanciale non croccante non turba l'armonia complessiva, perché il piatto parla una lingua coerente.
Diverso il discorso sulla cacio e pepe, cavallo di battaglia mantecato al tavolo con gesto scenografico che inevitabilmente strizza l'occhio al turismo gastronomico. Troppo pecorino, mi dicono. Il pepe soffocato, ogni forchettata uguale alla precedente in una ripetizione che stanca. È il paradosso della semplificazione: nel tentativo di rendere accessibile un piatto che dovrebbe essere equilibrio precario tra pochi elementi, si finisce per appiattirlo. Funziona, certo, ma è una vittoria di Pirro.
Il tiramisù chiude con dignità, il servizio procede veloce come sanno fare solo i romani quando hanno fretta ma non furia.
Ventotto euro che sono, tutto sommato, un prezzo onesto per un'esperienza che mescola bene memoria e presente, anche quando il presente concede qualcosa di troppo alla folla.
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Foto dei piatti
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