
Da Cesare al Casaletto
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Il racconto della nostra visita
Sono tornato da Cesare al Casaletto con quella sensazione di pellegrinaggio laico che si prova quando un posto diventa leggenda metropolitana prima ancora di averlo conosciuto. Il parcheggio, va detto, è un'impresa degna di Cristoforo Colombo, e l'ingresso direttamente sulla strada ti ricorda che Roma non è Parigi, qui l'urbanistica è sempre stata una faccenda tra Dio e gli uomini, con Dio spesso distratto.
Le aspettative, quando vengono alimentate da "mezzo mondo", sono come i suoceri: difficili da accontentare. Eppure. I fiori di zucca fritti possedevano quella qualità quasi giapponese della frittura perfetta: croccante, asciutta, priva di quella untuosità che è il peccato mortale delle cucine frettolose. Il supplì – oggetto identitario della romanità più autentica – mostrava quel filone di mozzarella che dovrebbe essere patrimonio UNESCO: quando si allunga tra il morso e il piatto, ricorda la pazienza necessaria a tenere insieme qualsiasi relazione umana.
L'amatriciana – su cui a Roma non si scherza, pena la dannazione eterna o peggio – apparteneva a quella categoria di piatti che fanno tacere anche i polemici di professione. La cacio e pepe della signora mia moglie, mantecata con la sapienza di chi conosce la differenza tra amalgamare e annegare, confermava l'impressione: qui la romanità culinaria non è folklore per turisti, ma grammatica quotidiana.
Il tiramisù, unica nota stonata in una sinfonia altrimenti perfetta, era semplicemente "buono". Il che, dopo quanto preceduto, suonava come un tradimento sentimentale minore: ti aspetti la dichiarazione d'amore e ricevi un affettuoso "ci vediamo".
Ma è il menu la vera rivelazione sociologica: dieci piatti che urlano "ordinami" creano quella sindrome dell'abbondanza che è metafora dell'Italia stessa, paese dove scegliere è sempre rinunciare a qualcos'altro di magnifico. Venticinque euro a testa, a Roma, per questa qualità, sono quasi un atto di resistenza politica contro i tempi che corrono.
Ci tornerò. Non è una promessa, è una necessità esistenziale.
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Foto dei piatti
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